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Casalena

Blog Personale sull’informatica, l’economia e poco altro.

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Dopo una lunga assenza torno ad aggiornare il blog con un argomento di cui mi ero già interessato: l’acqua. Questa sera sono rimasto a casa e su indicazione di un conoscente ho seguito la trasmissione “Presa diretta” dal titolo Acqua Rubata. Pur essendo a conoscenza di questa nuova grande corsa all’oro da parte di alcune multinazionali, principalmente grazie al mio professore di Economia politica applicata , rimango ogni volta sconvolto dalla vastità della truffa che si stà preparando.

L'acqua è(ra) un bene pubblico

La trasformazione in legge della normativa europea offre delle prospettive terrificanti: il pubblico, che sia lo stato, la regione la provincia o il comune non può e non potrà più gestire la distribuzione dell’acqua salvo nel caso in cui le condizioni del mercato non rendano la stessa impossibile. Detta in altri termini il pubblico dovrà distribuire l’acqua dove non c’è e non potrà nemmeno concorrere per distribuirla dove c’è.

Questa scelta segue un principio europeo secondo il quale la concorrenza del privato è la migliore condizione per offrire un servizio, sia anche la distribuzione del bene più prezioso dell’universo, fondante per la possibilità dell’esistenza della vita. Ebbene secondo me si è scelto di rinunciare all’universalità del diritto all’acqua per sostituirlo con quello della concorrenza.
Questo ragionamento è aberrante ma ho purtroppo oramai capito che interessa molto poco alla stragrande maggioranza dei miei compatrioti molto più legati ai sentimenti de panza. Passando quindi alle implicazioni pratiche ed economiche di questo sistema è possibile che qualcuno si senta maggiormente stimolato a capirne un pò di più su quello che sta accadendo ed accadrà nel prossimo futuro (a partire dal 1 dicembre 2013).
Il sistema che si và delineando prevede l’equiparazione della distribuzione dell’acqua a tutti i vari sistemi che si sono andati privatizzando nel corso degli anni, con gli stessi effetti negativi che le distorsioni che si sono viste tra la concorrenza perfetta idealizzata e la realtà. L’acqua sarà distribuita da società private o pubblico/private in cui il privato DEVE predominare per legge. Attraverso delle aste (nella migliore interpretazione di “procedure competitive ad evidenza pubblica”) si dovranno conferire i diritti sulla distribuzione dell’acqua. Questi contratti di gestione sono di  lunghissima durata, anche trentennali e prevedono degli obblighi sotto forma di investimenti obbligatori sulla rete per ripagare l’usura che naturalmente il sistema di distribuzione ha nel corso degli anni e che il distributore sfrutta per ottenere degli utili. Inoltre sono anche previsti dei limiti per quando riguarda gli aumenti massimi delle tariffe, cosicche le multinazionali non possano estorcere ai cittadini cifre pazzesche per beneficiare di un bene tanto fondamentale quanto l’acqua.
Questi limiti scelti dagli organi amministrativi locali (regioni in primis, ma anche provincie e comuni) dovrebbero evitare che i cittadini vengano privati dell’acqua, che le tariffe salgano troppo e che le infrastrutture rimangano senza manutenzione a scapito di coloro quelle tubature le hanno pagate con le proprie tasse. Tutto molto bello su un libro di microeconomia (dove peraltro sono indicati chiaramente i rischi che si corrono quando il sistema non funziona), ma la realtà è ben diversa.

Proprietà Privata

Ci si dovrebbe rendere conto che la distribuzione dell’acqua è un monopolio naturale e che in assenza di un fortissimo sistema di controllo le multinazionali dell’acqua vengono in possesso del potere di fare il bello e cattivo tempo. Innanzitutto la regolamentazione dei parametri che queste devono rispettare è delegato alle regioni che su questa materia non hanno una linea comune e non è difficile aspettarsi, soprattutto in Italia, che bastino un paio di milionate in bustarelle per corrompere il sistema normativo di mezza Italia sulla questione, mandando in vacca tutto il castello e mettendo in mano a dei criminali la possibilità di far morire di sete chi non è in grado di pagare, coloro che non sono più raggiunti da una distribuzione decente e di far pagare un prezzo esorbitante tutti gli altri per un bene che dovrebbe essere fondante, universale, di tutti.

Quando anche ci trovassimo di fronte a degli amministratori incorrutibili (sic!), le multinazionali avrebbero la possibilità di estorcere a questi delle condizioni estremamente vantaggiose attraverso il sistema di spartizione territoriale del mercato. Per rendere il concetto semplice pensate che siano in due (SONO in due) a decidere e che invece di farsi la guerra si siedano ad un tavolino, si spartiscano l’Italia come la migliore delle torte e si promettano di non intralciarsi con la concorrenza tra di loro. In questo modo rimarrebbero da soli ed avrebbero il potere di influenzare sui regolamenti di quella zona sotto la minaccia di non presentarsi per niente con il rischio di lasciare tutti senz’acqua per un bel pò. E tanto che sarà mai un paio di mesi senz’acqua corrente, tanto voi mica vi lavate, mica andate in bagno, mica cucinate, mica bevete.
Per evitare tutto ciò esiste un organismo, l’AGCM che monitora i comportamenti cd. collusivi. Solo che questo è in grado di intervenire solo dopo che il comportamento collusivo ha avuto luogo e solo con delle pene pecuniarie. Magra consolazione a fronte dei rischi che si corre.
Ma mettiamo anche che l’AGCM si trasformi in un organismo realmente in grado di prevenire e non più solo sanzionare le collusioni, anche in questo caso i rischi per chi si ostina a bere (acqua) per sopravvivere sono alti. E si perché nei vari comuni in cui in passato la distribuzione è stata privatizzata le ditte private non hanno rispettato nè i limiti massimi di tariffazione, con un esubero del 40% della tariffa a consumo più un aumento non permesso della quota fissa che incide per un altro 25% nella bolletta, nè i limiti minimi previsti per gli investimenti lasciando che le tubature si rovinino e non ripagando quindi lo sfruttamento della rendita di posizione di monopolio naturale. Per completare l’opera sono anche riusciti ad aumentare il proprio indebitamento verso le banche. Dei veri e propri geni dell’economia, con in mano il diritto/dovere di distribuire l’acqua nei nostri rubinetti, degni di Calisto Tanzi.

La gestione privata non porta benefici se non è regolamentata.

Questa è la situazione al momento. Il nostro governo di centro-destra ha già approvato il decreto 135/09 che obbliga la cessazione di tutti i contratti di distribuzione che non siano già regolamentati in questo modo entro il 31 dicembre 2012. Le regioni non hanno una linea comune sul come regolamentare i termini contrattuali dei contratti di gestione, lasciando quindi molto spazio alla corruzione di chi dovrà decidere a quanto far vendere l’acqua dalle multinazionali per i prossimi trent’anni, l’organo che dovrebbe impedire eventuali spartizioni della (ricchissima) torta non è in grado di agire se non a posteriori, quando il danno sarà già fatto ed i cittadini possono stare tranquilli che se il sistema non funziona attualmente, non ci sono margini di speranza che la distribuzione dell’acqua migliori:  i privati non sono interessati a farvi avere dell’acqua buona ad un prezzo giusto, magari facendo pagare questo servizio di più ai ricchi e di meno ai poveri attraverso una tassazione indiretta (cd. gestione in perdita, tanto ostracizzata dai liberisti nostrani), ma sono interessati all’utile, ed il miglior modo per fare utile è risparmiare sugli investimenti ed aumentare le tariffe spremendoci come limoni e la cosa più preoccupante è che gli stiamo dando tutti gli strumenti per farlo al meglio.
In questo quadretto si riescono a riassumere tutte le merdate della storia italiana recente. Dal sistema di tangentopoli, mai affrontato e sconfitto seriamente, alla truffaldina gestione  e successivo fallimento di ditte che altrimenti non sarebbero state in grado di indebitarsi e fallire.
Per riportare il tutto all’interno dell’ambito politico nazionale, uno dei corresponsabili della mancanza di una normativa condivisa (ed applicata) tra tutte le regioni è il Ministro Raffaele Fitto, che avevo già incontrato cercando informazioni su Antonio Angelucci. A quanto pare i suoi interessi sono diversificati visto che non guarda solo al presente con gli scandali della gestione sanitaria privata ma stà puntando già al prossimo grande affare, l’acqua.
Ed è interessante notare come Fitto sia già stato avversario di uno dei maggiori esponenti dell’acqua pubblica, quel Nichi Vendola che lo ha sconfitto alle passate elezioni regionali pugliesi e che dopo aver disintegrato un altro avversario già battuto in precedenza, Francesco Boccia, ora dovrà vedersela con un delfino dello stesso Fitto, Rocco Palese. Poi ogni tanto qualcuno mi chiede come mai sono di sinistra…

La TAV è un infrastruttura sulla carta molto utile, uso molto spesso il treno e penso che potrebbe diventare un ottimo mezzo per collegare le città Italiane. Ci sono però molti punti su cui non sono d’accordo o su cui ho dei dubbi.

Innanzitutto la gestione del progetto e degli appalti: scandalosa. Come ogni volta in Italia abbiamo sprecato un fiume di soldi, c’è stato un sevizio di report illuminante al riguardo in cui veniva messo a confronto il nostro modello di aste e gestione degli appalti con quello francese dove veniva messo in risalto il fatto che per costruire una tratta ferroviaria con le stesse caratteristiche noi abbiamo pagato 4 volte il loro costo.

Passiamo poi al trasporto locale: è vero che la creazione di nuovi binari dovrebbe semplificare il trasporto regionale dei pendolari, ma l’attuale trend è quello della diminuzione del numero di viaggi regionali, in conseguenza di un ottica imprenditoriale che vuol far passare l’idea di un trasporto ferroviario come servizio privato e non più di pubblica utilità. Non è così, il trasporto locale dovrebbe essere garantito per un livello minimo, in un ottica di promozione di un servizio di trasporto maggiormente eco-compatibile rispetto all’automobile e non finalizzato esclusivamente al bilancio annuale. Ragionare imprenditorialmente (ovvero con economicità) non deve precludere una finalità ed una garanzia di offerta pubblica del servizio. Senza parlare poi del servizio che viene offerto in alcune regioni come il Lazio e la Lombardia. Manco stessero trasportando ebrei ai campi di concentramento.

Per quanto riguarda i servizi offerti dai nuovi treni ad alta velocità, devo dire che sono ottimi, ho già avuto modo di provarli sulla tratta Bologna-Firenze, anche se di base non sono proprio nuovissimi. I vari Frecciarossa AV sono ETR 500, commissionati a partire dal 1992 ed in circolazione dal 1996, sebbene successivamente modificati nello stile interno.

Spero che la costruzione di questa infrastruttura riesca, visto che l’abbiamo pagata uno sproposito, ad effettuare una effettiva concorrenza non solo con il trasporto aereo, ma a creare anche un effettiva concorrenza, con relativa diminuzione di prezzi, nei confronti di nuove società che entreranno nel mercato del trasporto ferroviario veloce, che non porti ad una malgestione come quella vista in UK, che non vada a scapito del trasporto regionale e che aumenti le possibilità per il trasporto merci su rotaia.

Per il momento vi sono alcuni aspetti positivi:

  • la stanno effettivamente completando,
  • è veloce,
  • offre dei servizi di elevata qualità,
  • ha iniziato ad entrare in concorrenza con la tratta aerea Roma-Milano. Alitalia dovrà farsene una ragione prima o poi.

e diversi aspetti negativi:

  • costo esagerato per la costruzione,
  • speculazioni sugli appalti,
  • costo dei biglietti AV ancora troppo alti,
  • penalizzazione dei trasporti locali in alcune regioni,
  • aumento del costo dei biglietti per i trasporti non AV,
  • aumento dei tempi di percorrenza dei treni ES*, ES* City e IC,
  • errori nella pianificazione e nella realizzazione dei percorsi nel territorio del Mugello,
  • scelta molto dubbia delle future infrastrutture: la futura stazione sotterranea solo per AV di Firenze, che oltre a costare uno sproposito costringerè chiunque voglia andare in qualunque altra città toscana a fare come a Roma, prendere i mezzi per cambiare stazione. Good Job Florence!

Non ho mai pubblicato un testo non mio su questo blog, ma penso che questa possa essere una più che meritata eccezione. L’articolo è di Marco Calamari, preso da Punto Informatico.

Roma – Quest’anno la cronaca mi è venuta in aiuto con molti spunti adatti per realizzare il “pezzo” per la pausa estiva. Gli spunti sono tutti negativi e ne avrei fatto volentieri a meno, ma potrebbero essere di avvertimento ed educativi, per cui vale la pena riparlarne.

Amazon ha usato un DRM per cancellare senza preavviso proprio il libro “1984″ di George Orwell dallo scaffale elettronico di alcuni dei loro clienti Kindle. Se me l’avessero proposto come spunto narrativo l’avrei giudicato troppo incredibile, al limite del ridicolo ed inadatto persino per una storia di fantasia.

E che dire di eBay e Skype, in balia del brevetto software di un’oscura compagnia di proprietà dei programmatori originali di Skype, e vittima di una scontro legale che potrebbe portare all’estinzione del più notevole fenomeno di massa del VoIP? Non bisogna farsi distrarre e considerare questo caso diverso da altri analoghi per il fatto che siano i reali inventori dell’algoritmo a detenere il brevetto.

E si potrebbe continuare ricordando le installazioni dei rootkit SONY/BMG sui PC dei loro clienti, che tanto non se ne sarebbero nemmeno dovuti preoccupare non sapendo cosa fosse un rootkit, oppure la cancellazione dagli scaffali del negozio telematico di Apple delle applicazioni, tutte debitamente autorizzate ma entrate in contrasto con le alleanze commerciali della più affascinante tra gli imprigionatori di utenti.

“Roba vecchia e ritrita” direte voi. Certo è roba già ascoltata, ma forse non bene inquadrata, non connessa con altre lezioni della storia recente.
Sembrano episodi di cronaca separati, isolati e “piccanti”, ma sostanzialmente non collegati tra di loro, invece non solo lo sono, ma sono del tutto simili ad altri del passato, più o meno famosi e sensazionali.

Sono del tutto simili ad altre situazioni in cui aziende nazionali o multinazionali
notoriamente e “naturalmente” prive di morale hanno realizzato della attività economiche in maniera così “immorale” da suscitare indignazione, azioni pubbliche, talvolta riforme legislative e cambiamenti di leggi totali o almeno parziali.
In questa raccolta di fatti immorali citiamo in ordine sparso l’uccisione dei cuccioli di foca, tramortiti a bastonate e scuoiati ancora vivi, mettiamoci le balene uccise dalle baleniere dei buongustai giapponesi e perché no, le sperimentazioni dei cosmetici e dei prodotti chimici su animali da laboratorio.

Per non sovraesporre gli animali a danno degli uomini, citiamo i bambini del sud-est asiatico che si congelano le mani e perdono le dita sgusciando i gamberetti congelati che finiscono sulle nostre tavole, mettiamoci anche i coltivatori sudamericani di cacao e caffè ridotti alla fame, perché i loro prodotti vengono comprati a prezzi bloccati e irrisori da quasi-monopolisti, e perché no i 15mila morti e i 150mila invalidi di Bhopal, vittime di un pericoloso impianto chimico (se fosse stato nucleare o se i morti fossero stati europei e non indiani invece tutti ne parlerebbero ancora adesso) usato per produrre sostanze così tossiche che produrle in occidente sarebbe stato troppo costoso per le misure di sicurezza che sarebbero state richieste.
Potremmo togliere o aggiungere a piacere episodi documentati da questa macabra antologia di immoralità, ma invece procediamo oltre.

Tutte questi avvenimenti hanno prodotto reazioni più o meno sincere volte a contrastare o rimediare ingiustizie o immoralità. Così oggi su molti cosmetici c’è scritto che non sono stati sperimentati sugli animali. Così oggi in Asia qua e là sono spuntati timidi embrioni di leggi sul lavoro minorile, perché le aziende che gestiscono marchi famosi e producono laggiù a un dollaro oggetti venduti a 100 nei nostri supermercati hanno sentito il bisogno di ricostruirsi un’immagine che le separasse da odiosi sfruttamenti. Così oggi il commercio equo e solidale ha affrancato alcune (ahimè poche) comunità di contadini da un sfruttamento inammissibile. Così oggi una non più nota multinazionale chimica, scomparsa in una serie di cessioni e acquisizioni, ha risarcito decine di migliaia di famiglie delle vittime con cifre che a noi sembrano scandalose, ma che per loro rappresentano invece la differenza tra la povertà totale e una vita per quanto possibile dignitosa, almeno per un po’.

Alla base di tutti questi fatti ci sono “questioni di principio”, cioè situazioni in cui la realtà viene percepita diversa (e peggiore) di come dovrebbe essere secondo idee che vengono pubblicizzate come importanti ma spesso sono invece sistematicamente ignorate.
In questi (ahimè pochi) casi invece le questioni di principio hanno fatto la differenza.

Ed arriviamo ai problemi della Rete.
In un mondo che, almeno nei paesi “sviluppati”, si sta trasferendo sempre più online, dei valori che nel mondo “materiale” alcuni giudicano ancora importanti, diritti civili, riservatezza, libertà di espressione, libera circolazione della cultura, vengono non solo messi in discussione ma strutturalmente negati in maniera pubblica e perfettamente documentata in leggi e specifiche tecniche.
Si creano carestie digitali per tutelare enormi profitti, che tra l’altro potrebbero tranquillamente continuare solo si cambiassero modelli di business che definire arcaici è poco.

Per questi motivi anche fatterelli apparentemente degni solo di una pagina di cronaca estiva come la sparizione di un libro o la possibile morte di una alternativa alle esose telco, cablate o wireless, dovrebbero invece scatenare allarme nelle coscienze del popolo della Rete.
Perché? Perché consentono di prevedere con assoluta certezza quello che accadrà in futuro da quello che sta accadendo adesso, destinato a estendersi su una scala sempre più vasta e multidimensionale, alla nostra vita in Rete.

Cose avvenute oggi al libro di un liceale americano ci riguardano incredibilmente da vicino come se fossero avvenute nei nostri computer, anzi nelle nostre tasche e nei nostri cuori.
Cose avvenute al telefonino di un conoscente sono pericolose come uno scorpione nella culla di un lattante.
E se una volta si sfruttavano i servi della gleba e le masse contadine e operaie, ora si sfruttano i cosiddetti “diritti di proprietà intellettuale”: tutti e due questi sfruttamenti ingenerano carestie artificiali e lasciano e lasceranno sempre più nella povertà, materiale le prime, intellettuale le seconde, la maggioranza degli abitanti della Rete e del Pianeta.

Tutto questo può ricondursi, in ultima analisi, alla mancanza di principi morali.
I principi morali sono propri solo delle persone, non delle aziende nazionali, multinazionali o degli Stati.
Da loro, come detto tante altre volte, ci si può aspettare solo un comportamento predatorio volto al profitto, come è “naturale” che sia.

I principi morali possono essere imposti (qualche volta) solo dalle persone.
E se quanto raccontato in questa puntata, estiva ma non leggera, lo è stato in maniera comprensibile, dovrebbe essere evidente che mai come nel nuovo mondo della Rete le questioni di principio non sono un optional.
Altre volte ha funzionato: può bastare allontanare la mano dall’oggetto scintillante sullo scaffale comodo e prendere invece quello più anonimo sullo scaffale in basso.
Può bastare non inseguire solo e sempre l’ultima e migliore tecnologia o gadget, e accontentarsi di qualcosa di meno: meno perfetto, magari un po’ “grezzo”, meno affascinante ma più perfetto e splendente dal lato, appunto, morale.

Marco Calamari

Lo Slog (Static Blog) di Marco Calamari

Questo è uno di quei momenti in cui la fotografia si sposa bene con l’advertising.

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Il progetto si chiama Global Coalition for Peace, ed è costituito da quattro tipologie di manifesti abilmente studiati per dare un semplice e diretto messaggio “ogni guerra è sbagliata, fermiamo la guerra”.

E’ stato realizzato dalla BIG ANT INTERNATIONAL (bigantinternational.com/) questo lavoro che ha vinto il premio “Penna d’Oro” al “One Show Design Awards” (www.oneclub.org/os/).

Un modo molto semplice ma efficace di parlare di guerra e di chiedere STOP.

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queste le quattro immagini che poi danno vita al corpo del lavoro… presentato così:

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Dite la vostra, sul lavoro, sulla guerra, su quello che pensate.
Esprimetevi, vediamo se “veramente” siete creativi.

Un post dedicato a chi dice e pensa che l’emergenza rifiuti a Napoli sia risolta, per cercare, inutilimente lo sò, di farvi capire che ciò che vi dicono non è necessariamente vero solo perchè i telegiornali ve l’hanno propinato.

Il video è tratto dal sito La terra dei fuochi, che è attivo dall’esplosione del problema rifiuti a testimoniare ciò che le televisioni non vi faranno sapere.
Che il problema c’è ancora, è sistemico e non si risolverà con un colpo di bacchetta magica.

Non voglio essere disfattista, spesso sento che molti lo pensano su chiunque tenti di farvi notare che le cose stanno in maniera diversa da come ve la dipingono, ma questo significa essere realisti. Bisogna innanzitutto essere consapevoli della realtà per poter fare delle scelte consapevoli, qualunque esse siano. Io cerco di fare la mia parte.

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