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Casalena

Blog Personale sull’informatica, l’economia e poco altro.

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Category: Tecnology

Torno ad aggiornare il blog parlando di un problemino con cui mi sono scontrato ultimamente.

In pratica quando effettuavo una ricerca inserendo la query desiderata nella barra degli indirizzi e non nella finestra di ricerca sulla destra mi venivano visualizzati i risultati di yahoo sponsorizzati da una toolbar che avevo installato. Non utilizzandola più ho cercato di risolvere il problema disinstallandone il relativo add-on, ma questo non ha ripristinato il motore di ricerca precedente.

Cercando con il mio fido google non ho trovato nessuna guida che mi suggerisse la procedura, sono andato avanti a tentoni fino a che non ho trovato la soluzione che ora vi espongo:

Aprite una nuova tab e digitate nella barra degli indirizzi about:config. Vi verrà mostrato un messaggio di avvertimento per farvi capire che le modifiche che apporterete potrebbero minare il funzionamento del programma. Promettete che agirete con cautela cliccando il relativo bottone e vi troverete di fronte ad una lunga sequenza di chiavi dal significa oscuro.

Quello che è necessario fare per ripristinare google come motore di ricerca predefinito è sostituire due chiavi di questo registro. Localizzate in alto la casella di testo del filtro ed inseriteci due chiavi di registro che è necessario  ” browser.search.defaulturl ” e ” keyword.URL ” sostituendo in entrambi i casi il valore presente con “ http://www.google.com/search?q= “.

A questo punto avete finito, firefox da questo momento in poi ricercherà le stringhe che inserirete nella barra degli indirizzi con google, chiudete quindi la tab di about:config e lasciate un commento a questo post se la proedura vi è stata utile.

Anche un semplice grazie mi renderà contento. :)

Ovvero come perdere mezza giornata dietro ad un sudo dimenticato.Ed ho perso mezza giornata perchè non c’è UNA persona che abbia documentato questo ‘strano’ comportamento di grub, quindi ecco un nuovo posto ad uso e consumo degli utenti italiani di google. XD

Lo dico per gli utenti di google che dovessero capitare su queste pagine a causa della mia stessa dimenticanza, se state cercando di ripristinare (riscrivere, reinstallare) GRUB sull’MBR (Master Boot Record) ma la command line (linea di comando) di grub non riesce a trovare nessun hard disk, e quindi il comando ‘find /boot/grub/stage 1′ cade nel vuoto ed il comando ‘root (hd0,0) ‘vi ritorna un preoccupante  Error 21: Selected disk does not exist, provate a scrivere ‘sudo grub’ il posto del solo ‘grub’.

Eviterete di perdere tempo, come invece ho fatto io. -_-”

Se state leggendo questo blog probabilmente già saprete che un comune metodo di protezione delle nostre LAN, la WEP, è da molto tempo sicura come un cavo di rete lasciato penzolare fuori dal balcone. Se non lo sapevate potete saltare direttamente al penultimo capoverso. XD
È però da un po che un altro standard di sicurezza delle reti wireless, il WPA con protocollo TKIP,  è sotto “attacco” dai ricercatori, senza che l’integrità e la sicurezza delle reti che lo adottano potesse venir seriamente messa in discussione, ma creando solo un pò di grattacapi agli sfortunati client connessi in wireless.

È di oggi però la notizia della creazione di un metodo che in brevissimo tempo (un minuto, secondo i ricercatori) può permettere agli attaccanti di leggere il contenuto dei pacchetti criptati da router che usino, come protezione, lo standard WPA con l’algoritmo Temporal Key Integrity Protocol (TKIP) attraverso un attacco del tipo Man in the Middle.  Sola lettura, quindi nessun pericolo di modifica dei dati che passano sull’etere. Per il momento.

In ogni caso per garantire la sicurezza della propria wireless basta sceglere la protezione WPA2 o, se questa fosse sprovvista, WPA con algoritmo AES.

Ed una buona password, come sempre.

Non ho mai pubblicato un testo non mio su questo blog, ma penso che questa possa essere una più che meritata eccezione. L’articolo è di Marco Calamari, preso da Punto Informatico.

Roma – Quest’anno la cronaca mi è venuta in aiuto con molti spunti adatti per realizzare il “pezzo” per la pausa estiva. Gli spunti sono tutti negativi e ne avrei fatto volentieri a meno, ma potrebbero essere di avvertimento ed educativi, per cui vale la pena riparlarne.

Amazon ha usato un DRM per cancellare senza preavviso proprio il libro “1984″ di George Orwell dallo scaffale elettronico di alcuni dei loro clienti Kindle. Se me l’avessero proposto come spunto narrativo l’avrei giudicato troppo incredibile, al limite del ridicolo ed inadatto persino per una storia di fantasia.

E che dire di eBay e Skype, in balia del brevetto software di un’oscura compagnia di proprietà dei programmatori originali di Skype, e vittima di una scontro legale che potrebbe portare all’estinzione del più notevole fenomeno di massa del VoIP? Non bisogna farsi distrarre e considerare questo caso diverso da altri analoghi per il fatto che siano i reali inventori dell’algoritmo a detenere il brevetto.

E si potrebbe continuare ricordando le installazioni dei rootkit SONY/BMG sui PC dei loro clienti, che tanto non se ne sarebbero nemmeno dovuti preoccupare non sapendo cosa fosse un rootkit, oppure la cancellazione dagli scaffali del negozio telematico di Apple delle applicazioni, tutte debitamente autorizzate ma entrate in contrasto con le alleanze commerciali della più affascinante tra gli imprigionatori di utenti.

“Roba vecchia e ritrita” direte voi. Certo è roba già ascoltata, ma forse non bene inquadrata, non connessa con altre lezioni della storia recente.
Sembrano episodi di cronaca separati, isolati e “piccanti”, ma sostanzialmente non collegati tra di loro, invece non solo lo sono, ma sono del tutto simili ad altri del passato, più o meno famosi e sensazionali.

Sono del tutto simili ad altre situazioni in cui aziende nazionali o multinazionali
notoriamente e “naturalmente” prive di morale hanno realizzato della attività economiche in maniera così “immorale” da suscitare indignazione, azioni pubbliche, talvolta riforme legislative e cambiamenti di leggi totali o almeno parziali.
In questa raccolta di fatti immorali citiamo in ordine sparso l’uccisione dei cuccioli di foca, tramortiti a bastonate e scuoiati ancora vivi, mettiamoci le balene uccise dalle baleniere dei buongustai giapponesi e perché no, le sperimentazioni dei cosmetici e dei prodotti chimici su animali da laboratorio.

Per non sovraesporre gli animali a danno degli uomini, citiamo i bambini del sud-est asiatico che si congelano le mani e perdono le dita sgusciando i gamberetti congelati che finiscono sulle nostre tavole, mettiamoci anche i coltivatori sudamericani di cacao e caffè ridotti alla fame, perché i loro prodotti vengono comprati a prezzi bloccati e irrisori da quasi-monopolisti, e perché no i 15mila morti e i 150mila invalidi di Bhopal, vittime di un pericoloso impianto chimico (se fosse stato nucleare o se i morti fossero stati europei e non indiani invece tutti ne parlerebbero ancora adesso) usato per produrre sostanze così tossiche che produrle in occidente sarebbe stato troppo costoso per le misure di sicurezza che sarebbero state richieste.
Potremmo togliere o aggiungere a piacere episodi documentati da questa macabra antologia di immoralità, ma invece procediamo oltre.

Tutte questi avvenimenti hanno prodotto reazioni più o meno sincere volte a contrastare o rimediare ingiustizie o immoralità. Così oggi su molti cosmetici c’è scritto che non sono stati sperimentati sugli animali. Così oggi in Asia qua e là sono spuntati timidi embrioni di leggi sul lavoro minorile, perché le aziende che gestiscono marchi famosi e producono laggiù a un dollaro oggetti venduti a 100 nei nostri supermercati hanno sentito il bisogno di ricostruirsi un’immagine che le separasse da odiosi sfruttamenti. Così oggi il commercio equo e solidale ha affrancato alcune (ahimè poche) comunità di contadini da un sfruttamento inammissibile. Così oggi una non più nota multinazionale chimica, scomparsa in una serie di cessioni e acquisizioni, ha risarcito decine di migliaia di famiglie delle vittime con cifre che a noi sembrano scandalose, ma che per loro rappresentano invece la differenza tra la povertà totale e una vita per quanto possibile dignitosa, almeno per un po’.

Alla base di tutti questi fatti ci sono “questioni di principio”, cioè situazioni in cui la realtà viene percepita diversa (e peggiore) di come dovrebbe essere secondo idee che vengono pubblicizzate come importanti ma spesso sono invece sistematicamente ignorate.
In questi (ahimè pochi) casi invece le questioni di principio hanno fatto la differenza.

Ed arriviamo ai problemi della Rete.
In un mondo che, almeno nei paesi “sviluppati”, si sta trasferendo sempre più online, dei valori che nel mondo “materiale” alcuni giudicano ancora importanti, diritti civili, riservatezza, libertà di espressione, libera circolazione della cultura, vengono non solo messi in discussione ma strutturalmente negati in maniera pubblica e perfettamente documentata in leggi e specifiche tecniche.
Si creano carestie digitali per tutelare enormi profitti, che tra l’altro potrebbero tranquillamente continuare solo si cambiassero modelli di business che definire arcaici è poco.

Per questi motivi anche fatterelli apparentemente degni solo di una pagina di cronaca estiva come la sparizione di un libro o la possibile morte di una alternativa alle esose telco, cablate o wireless, dovrebbero invece scatenare allarme nelle coscienze del popolo della Rete.
Perché? Perché consentono di prevedere con assoluta certezza quello che accadrà in futuro da quello che sta accadendo adesso, destinato a estendersi su una scala sempre più vasta e multidimensionale, alla nostra vita in Rete.

Cose avvenute oggi al libro di un liceale americano ci riguardano incredibilmente da vicino come se fossero avvenute nei nostri computer, anzi nelle nostre tasche e nei nostri cuori.
Cose avvenute al telefonino di un conoscente sono pericolose come uno scorpione nella culla di un lattante.
E se una volta si sfruttavano i servi della gleba e le masse contadine e operaie, ora si sfruttano i cosiddetti “diritti di proprietà intellettuale”: tutti e due questi sfruttamenti ingenerano carestie artificiali e lasciano e lasceranno sempre più nella povertà, materiale le prime, intellettuale le seconde, la maggioranza degli abitanti della Rete e del Pianeta.

Tutto questo può ricondursi, in ultima analisi, alla mancanza di principi morali.
I principi morali sono propri solo delle persone, non delle aziende nazionali, multinazionali o degli Stati.
Da loro, come detto tante altre volte, ci si può aspettare solo un comportamento predatorio volto al profitto, come è “naturale” che sia.

I principi morali possono essere imposti (qualche volta) solo dalle persone.
E se quanto raccontato in questa puntata, estiva ma non leggera, lo è stato in maniera comprensibile, dovrebbe essere evidente che mai come nel nuovo mondo della Rete le questioni di principio non sono un optional.
Altre volte ha funzionato: può bastare allontanare la mano dall’oggetto scintillante sullo scaffale comodo e prendere invece quello più anonimo sullo scaffale in basso.
Può bastare non inseguire solo e sempre l’ultima e migliore tecnologia o gadget, e accontentarsi di qualcosa di meno: meno perfetto, magari un po’ “grezzo”, meno affascinante ma più perfetto e splendente dal lato, appunto, morale.

Marco Calamari

Lo Slog (Static Blog) di Marco Calamari

Oggi mi sono imbattuto in un dimenticato mesaggio durante l’aggiornamento di ubuntu, un laconico “I seguenti pacchetti saranno mantenuti alla versione attuale”. Perchè? T’ho detto d’aggiornarti, aggiornati no?

Una ricerca su google ha svelato “l’arcano”: da un pò di tempo a questa parte ho tralasciato di effettuare il dist-upgrade. Per chi non lo sapesse, un dist-upgrade aggiorna i pacchetti che per essere aggiornati necessitano di un cambio di dipendenze, quindi ogni volta che si effettua un dist-upgrade bisogna leggere bene le modifiche che verranno applicate, soprattutto nella sezione “Verranno rimossi i seguenti pacchetti”.

Il comando è
sudo apt-get dist-upgrade
Questo post potrebbe chiamarsi “ascolta i consigli degli amici”, ma io ho una soglia dell’attenzione prossima allo zero e la brutta abitudine di pensare che tanto c’è Google per i problemi.

Questa volta me ne sono accorto senza problemi, la prossima?

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